… un pezzo di legno, diranno subito i nostri piccoli lettori. No, avete sbagliato, c’era una volta un’ape, una piccola felicissima e tristissima ape.
Come era possibile che l’ape fosse contemporaneamente triste e felice? E’ presto detto, si trattava di un’ape insegnante, specializzata coi piccoli, che aveva accettato, bisogna pur vivere, una cattedra fuori dall’alveare, nel mondo esterno.
Le altre api residenti chiamavano “rurali” quelle che, poche, pochissime, facevano una scelta di questo tipo e spesso le trattavano dall’alto al basso e le isolavano dall’alveare madre. Questo era il motivo per cui la nostra ape era triste, molto triste, tristissima.
Ma il motivo per cui la nostra ape era anche felice è che aveva l’occasione di insegnare un sacco, ma proprio un sacco, di cose bellissime a tanti piccoli dalle provenienze più disparate: formiche, grilli, cavallette, cicale e chi più ne ha più ne metta, persino un piccolo di scarabeo stercoraro, persino qualche ape figlia di altre api rurali.
Una delle cose più belle e più impegnative, fu quando si trattò di parlare del miele. Tutti avevano capito che l’insegnante teneva particolarmente all’argomento e si impegnavano al massimo delle loro possibilità, persino le formiche sapevano a menadito gli ingredienti e i modi per combinarli, per ottenere varietà diverse di miele. Ma l’ape maestra sentiva che mancava qualcosa, erano diventati bravi a assaggiare e riconoscere ogni tipo di miele, erano bravissimi a seguire le varie ricette, ma era una cosa fredda, non aveva ancora nulla a che fare con la vera essenza del miele.
Fu così che, prendendo il coraggio a quattro mani, la nostra piccola rurale andò all’alveare ad implorare che venisse consentita alla classe una visita. La cosa fu molto difficile, dovette promettere tante cose in cambio, ma non voglio annoiarvi parlandovi di questo triste momento della vicenda. Fatto sta che, alla fine, la visita venne concessa e arrivò il grande giorno.
Inutile dire che dopo la visita, che era stata così bella da essere piaciuta persino alle altezzose api residenti, ancora, secondo l’ape insegnante, l’essenza del miele non era stata ancora trovata. Erano tutti nel reparto di assaggio, conoscevano perfettamente la teoria, e, persino il piccolo scarabeo avrebbe dato del filo da torcere a qualsiasi operaia, ma il bandolo non era uscito dalla matassa.
Ad un certo punto, però, fra lo stupore generale, arrivò nel reparto addirittura l’ape regina, che, a memoria d’uomo, pardon, d’ape, non era mai scesa così in basso nella fabbrica. Tutte le api si inchinarono, mettendo un po’ in imbarazzo i piccoli, che non sapevano bene come comportarsi, a parte le formiche, ovviamente. La Regina si rivolse direttamente a loro e disse: «Piccoli miei, per poter assaggiare veramente il miele, occorre essere un’ape. Facciamo un gioco: chiudete gli occhi, immaginate di essere Me, tirate fuori le vostre linguette e infilatele nelle celle d’assaggio. Concentratevi, fate finta di essere Me, diventate la Regina e percepite il miele come facesse parte di voi.»
Seguirono istanti di silenzio, poi lentamente i piccoli insetti, ad uno ad uno si rialzarono dalla loro cella, aprirono degli occhi che non erano più gli occhi di prima, lo si capiva dalla luminosità e dal silenzio, avevano capito, avevano capito cosa mancava, erano diventati il miele e, nelle loro menti, all’unisono, un solo pensiero:
«GRAZIE DI ESISTERE».
